Pancia in giù, sulla moquette, scrivo su un foglio scolorato. Questo gesto che mi è più familiare del tenere in mano la forchetta. Questo rituale che tengo per me solo, e pian piano scompare, per lasciar posto al più comodo pigiare. In attesa, ascolto. Le parole. Fluisce. Questo annusare il suono, soltanto il suono a volte.
A lei piaceva quella canzone, che dice. Ti ho aspettata. Con quel fastidioso strisciare di dita sulle corde e di corde sui tasti. E poi quella seconda voce. A lei piace il gesto dell’osservare, il gusto aspro dell’aspettare.
E chiudo gli occhi, m’innamoro. Di questa voce che soffoca in un grido, il suo ti ho aspettata – tutta la notte. Ti ho aspettata.
Alle volte le storie entrano dalla finestra, noncuranti della fatica di aver viaggiato lungo lunghe lungo lunghissime strade, attraverso boschi, nella polvere, passando sulle canne dietro il balcone di casa. E alle volte bussano, suonano il campanello. C’è Dario, signora? Sì, te lo chiamo. E corrono.
Chiudo gli occhi, e m’innamoro. Pancia in giù, incastro la penna dietro l’orecchio. Metto su quella canzone, sorrido. Per me solo, soltanto, mastico una parola che mi piace. La rendo immangiabile e la sputo, sulla moquette.
Compro un ukulele.






