Ed è ora

Ed è ora che voglio stare con te. Adesso.
E forse mai più, che non ci sarà un di nuovo.
Che non ci sarà un dopo. 

Ma c’est n’importe quoi.

Forse fu in sogno – diceva quella canzone.
Ma io non c’ero.

E non voglio vivere questo soltanto
con la sicurezza di poterlo rivivere.
Non voglio saper godere di questo
soltanto con la consapevolezza
di poterlo ripetere.

Voglio che sia una volta
e basta. Et basta.

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CORRISPONDENZE (Carlo Carabba)

Tace di primavera
il cielo equinoziale
il polline è nei fiori e il sonno passa,
ritorna lo scirocco
e gli abiti leggeri.
Il ciclo resta uguale
da quando il mondo è mondo
con qualche differenza di anno in anno
piogge più o meno tarde
o siccità maggiore.
Non so calibrare i miei moti
su quelli regolari della terra
e il ritmo stagionale non si accorda
al flusso diseguale dei miei umori.
Un giorno segue l’altro
via via più caldi e lunghi e io
faccio quel che ho da fare -
in attesa che il sole
un libro o un giorno muti
in luminosa estate
l’inverno di scontento
che in giugno ancora dura.

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Quizas

Siempre que te pregunto
Que cuándo cómo y dónde
Tú siempre me respondes
Quizás, quizás, quizás 

Y así pasan los días
Y yo desesperado
Y tú, tú, contestando
Quizás, quizás, quizás,

Estás perdiendo el tiempo
Pensando, pensando
Por lo que más tú quieras
Hasta cuando, hasta cuando

Y así pasan los días
Y yo desesperado
Y tú, tú contestando
Quizás, quizás, quizás

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Molla

Mi serve qualcuno che scriva. Quello non è venuto molto bene, seppure a qualcuno piaccia molto. In questo momento penso a chi sta combattendo con altri fantasmi. Mentre dormi. Max Gazzè, questa musica può fare. Tasti rotti, la “p” ci metto otto clic per riuscire a digitarla. Per intenderci: la frase precedente mi ha richiesto 30 secondi. Cazzo, dimenticavo il tasto Fine. Maiuscolo. Progetti, anche senza la p grande. Errori di battitura, confusione e immagini. Un arrangiamento approssimativo. Molti clic, aiuta a non scrivere. Ossessivi, si diventa ossessivi. Chi è a paddottula? Animale misterioso. Etologo, enologo, biologo, stagista. Ecco quello che fanno. Coltivano la terra con le unghie e credono di saper cucinare, dici. robabilmente hai ragione. Probabilmente. Molla.  Lione, interviste, anchine di grandi parchi. Leone nero, tigre del bengala. India, Maometto, mettere in scena Gibran. Sotto un albero di ulivo. Gente, una nave. Non difficile, ma complicato. Progetti senza e con le “p” che Dio sa quanto devo pestare er tirarle fuori. addottula Paddottula PPPP (dovevano essere 20 circa)

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Allenarsi sulla pertica ad avere i brividi

Ci sono certe notti che non smettono mai di venire. A volte passa un anno, a volte solo qualche mese. Ma sempre viene una notte come questa. Una notte strana, che tutto si tinge di sogno o di sospetto, non importa.
Quando siedo, incrociando le gambe per meditare, i piedi mi puzzano. Spaventosamente. E tutto mi puzza stanotte. Mi sciacquo, ritorno tra questi muri, sorrido. L’ordine dei mobili è cambiato, dall’ultima volta, che nemmeno mi ricordo – sarà stato un anno fa.
Un amico, che dico un amico, un fratello, che dico un fratello, uno, uno viene e mi dice che questo o quell’altro cambierà per lui, che questo o quell’altro non sarà più lo stesso. Ma non lo sa, non crede che io lo sappia. Nessuno di noi sa niente, in una notte così, che la luna rimane dietro i palazzi e non si schioda nemmeno verso l’alba.
Qui, lungo questa strada, sotto questo cielo su cui il sole ogni mattino traccia i suoi solchi prima di giungere su Roma. Qui non c’è ombra di giudizio, né di responsabilità. Qui c’è una strana paura e piccole voglie innocenti, di quelle che nemmeno le consideri: una pallina di mollica strappata dal centro del filoncino, un minuto di silenzio, il profumo della sigaretta fumata da un altro, una luce fredda che mi svegli una volta per tutte, uno specchio grande, il profumo del gelsomino bianco, una grattatina sulla testa, una sulla chiappa sinistra, l’odore alcolico della buccia del limone, il sorriso di una donna che vedi per pochi secondi alla fermata del tram e poi mai più, sentire il fiato che brucia in gola come quando sei in bici in montagna, d’inverno, scavalcare un muro senza sapere cosa c’è dall’altra parte, giocare a battimuro, giocare ore infinite a battimuro. Un amico.
Un amico che mi viene vicino in una notte come questa e mi porta un bicchiere di rhum liscio, come se lo tirasse fuori da dove l’hanno inventato, il rhum, che poi dev’essere lo stesso posto in cui hanno inventato la felicità, la mortadella e i baci sul collo.
Il bello, chiamiamolo così, è che non c’è nulla di tutto questo. Non c’è soprattutto un corridoio segreto, una coperta morbida e una sottanina di tartan, non c’è più il gusto salato di ascoltare Joyce, di spingere il vomito indietro e sentirsi un eroe. Ché non sei un eroe mai, se non hai spinto la morte più giù nella gola, e il mattino più indietro, e la notte, la notte. Non sei un eroe se non riesci a spingere la notte fino in fondo, fino a farla diventare la notte dopo senza sentire lo scoppio, l’ingorgo violento del mattino.

Lunedì un esame, un film da finire, una casa da mettere a posto, montagne di piatti da lavare. Comprare l’orzo e il riso integrale. Attendere notizie da qualcuno. Essere cercato. Lottare ogni giorno, ogni ora, ogni minuto, per cercare di vedere. La notte se n’è andata, senza nemmeno un pò di gloria.

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Fai un film

Fai un film.
Ci metti le tue quattro
idee copiate da questo
o quell’altro scrittore,
ci metti i due tre tratti
che fanno dei tuoi
amici dei personaggi,
ci metti l’entusiasmo e
la voglia che hanno radici
alte, e li sporchi portandoli
così in basso.

Poi il film si ribella.
Inizi a non comprendere quello
che avevi pensato all’inizio, tutto
si contraddice, non riesci a tenere
sotto controllo gli attori, le scene
e tutto il resto.

Il film si ribella e diventa una macchina
mostruosa. Ti ruba un tempo
impensabile e divora tutte
le tue energie, ma rimane
una merda. Niente che possa
piacere né a te, né a nessuno.

Il film si ribella, ti riversa addosso
tutte le ragioni che
in fondo, comprendi,
sono quelle che ti hanno spinto a farlo.
Sei mediocre, sei un’artista
fallito
e nemmeno lontanamente hai
un’idea chiara, né
un motivo.

All’improvviso ti ritrovi
nel fango, sommerso, invischiato
non riesci
ad uscirne, ma soprattutto
non riesci
a capire se quello che accade
è ancora il film
o la fottuta realtà.

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Ecco

C’è qualcosa che non va. Lì, tra le cascate e il chiostro. Via Checchi, la primavera è sui muri, schizzata d’arancione. Ristoranti chiudono, palazzi gocciolano. Uccelli, nastri, bandiere e catenacci. Guardo. Sono senza occhi, sogno. I desideri vorticano nell’aria e mi sento in un piccolo turbine di luce. Eccolo, eccola. Cose cadono cose mangio cose vedo cose. Eccole.

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