Madrigale

E’ lontano ormai l’inverno. Fa buio tardi, qui sull’Inghilterra fredda e umida. Ed io ascolto, musica sacra soltanto ascolto, da settimane. M’impongo questa disciplina purificatrice. Ascolto, musica sacra ascolto. Soltanto. E ripeto, in canone ripeto. E poco scrivo, ché là fuori tutto scorre ed io mi aggrappo. E viaggio, e vado e vengo. E non ritorno, eppure torno. E sono isola, roccia sono. Sono canto. Ecco cosa sono, ancora che di me io parlo. Canto. Come questo Madrigale. Che Gesualdo mi regala. Tocco a tocco.

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Anima Christi, sanctifica me

Nel primo mattino, un coro s’alza nella stanza. Sanguis Christi, inebria me. Ed io dove sono, dove sono io. Passio Christi, conforta me. Da giorni scavo in zone antiche. Tra i cinquanta, i sessanta, i settanta. Qualcosa, qualcosa ch’è come un feto non partorito, qualcosa rimane qui. Hide and seek. Nella vigilia della rivoluzione, i restauratori si sfregano le mani. Antichi, loro, eppur moderni, più moderni di quella stessa rivoluzione che vanno rallentando. Vietnam, Eritrea, Armenia. Il cuore popoloso e stretto del mondo. Le immense praterie. Il grano che sventola al dolce vento. Your sweep, my brother. Un giorno troverò le parole – dice un uomo piccolo e grande al tempo stesso. E saranno semplici, dice. Semplici.

Corpus Christi, salva me.

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Mattino

La soia mi scivola
dentro,
un silenzio mi va
di traverso.
E tu.

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Tempo

Sulla panchina siedo
dei miei anni,
lancio lo sguardo dentro
ed ecco
quel che un giorno fu
vicino.

Ecco
tu cosa sei,
adesso lo so.
Sei tempo.

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Accanto

Non che io scriva a giorni alterni, questo no. E nemmeno che io disdegni la carta, non è nemmeno questo. Alle volte però sì.

C’è una lettera che aspetta, sulla scrivania. Un telefono scarico ed un lungo rotolo di fogli tutti incollati. Ci sono i miei vent’anni e una calza piena di cioccolatini. Ci sono camicie sporche e i capelli ricci d’una giovane hippie, che mi guarda dalla sua parte del fiume. Aspetta un secondo, mi dice. Ed ecco, ci sono io che aspetto, in questo tape in bianco e nero.
C’è finanche il profumo suadente dell’estate, la calura delle strade affollate della Grecia. C’è l’ombra della crisi, come dicono i giornalisti messi in naftalina negli anni ‘80. Ci sono tutti gli a capo incastrati nella vecchia macchina da scrivere. Ci sono le nuvole di Bristol alla finestra e i lunghi saliscendi dal tacco all’anca, della California meridionale. Attaccati al muro. Ci sei tu, e non so come chiamarti, che assumi ogni forma sbiadita e t’impossessi d’ogni spazio nel mio essere. C’è il tuo mancare. Il tuo rubarle il posto. Tutto questo c’è.

Infine, sotto il materasso, tra un ukulele dimenticato e una gomma da masticare, c’è il mio Buddha arrugginito dalle piogge dell’inverno. Nessuna voglia di ripescarlo, di riportarlo di sopra. Qui, dove ancora io scrivo. Accanto alla finestra, sul cui vetro si specchiano formiche. Mai stanche.

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