Ci sono certe notti che non smettono mai di venire. A volte passa un anno, a volte solo qualche mese. Ma sempre viene una notte come questa. Una notte strana, che tutto si tinge di sogno o di sospetto, non importa.
Quando siedo, incrociando le gambe per meditare, i piedi mi puzzano. Spaventosamente. E tutto mi puzza stanotte. Mi sciacquo, ritorno tra questi muri, sorrido. L’ordine dei mobili è cambiato, dall’ultima volta, che nemmeno mi ricordo – sarà stato un anno fa.
Un amico, che dico un amico, un fratello, che dico un fratello, uno, uno viene e mi dice che questo o quell’altro cambierà per lui, che questo o quell’altro non sarà più lo stesso. Ma non lo sa, non crede che io lo sappia. Nessuno di noi sa niente, in una notte così, che la luna rimane dietro i palazzi e non si schioda nemmeno verso l’alba.
Qui, lungo questa strada, sotto questo cielo su cui il sole ogni mattino traccia i suoi solchi prima di giungere su Roma. Qui non c’è ombra di giudizio, né di responsabilità. Qui c’è una strana paura e piccole voglie innocenti, di quelle che nemmeno le consideri: una pallina di mollica strappata dal centro del filoncino, un minuto di silenzio, il profumo della sigaretta fumata da un altro, una luce fredda che mi svegli una volta per tutte, uno specchio grande, il profumo del gelsomino bianco, una grattatina sulla testa, una sulla chiappa sinistra, l’odore alcolico della buccia del limone, il sorriso di una donna che vedi per pochi secondi alla fermata del tram e poi mai più, sentire il fiato che brucia in gola come quando sei in bici in montagna, d’inverno, scavalcare un muro senza sapere cosa c’è dall’altra parte, giocare a battimuro, giocare ore infinite a battimuro. Un amico.
Un amico che mi viene vicino in una notte come questa e mi porta un bicchiere di rhum liscio, come se lo tirasse fuori da dove l’hanno inventato, il rhum, che poi dev’essere lo stesso posto in cui hanno inventato la felicità, la mortadella e i baci sul collo.
Il bello, chiamiamolo così, è che non c’è nulla di tutto questo. Non c’è soprattutto un corridoio segreto, una coperta morbida e una sottanina di tartan, non c’è più il gusto salato di ascoltare Joyce, di spingere il vomito indietro e sentirsi un eroe. Ché non sei un eroe mai, se non hai spinto la morte più giù nella gola, e il mattino più indietro, e la notte, la notte. Non sei un eroe se non riesci a spingere la notte fino in fondo, fino a farla diventare la notte dopo senza sentire lo scoppio, l’ingorgo violento del mattino.
Lunedì un esame, un film da finire, una casa da mettere a posto, montagne di piatti da lavare. Comprare l’orzo e il riso integrale. Attendere notizie da qualcuno. Essere cercato. Lottare ogni giorno, ogni ora, ogni minuto, per cercare di vedere. La notte se n’è andata, senza nemmeno un pò di gloria.